Hans Werner Henze, l’estetica dell’impurità rompe il ghiaccio

di:
Francesco Antonioni

Il compositore e allievo di Hans Werner Henze, che firma questa pagina, ricorda – del musicista tedesco – la fruttuosa contraddittorietà, incarnata in una polifonia di caratteri e emozioni, che taversano opere per le quali ha collaborato con alcuni dei più grandi artisti del ’900 – Auden, Kalman, Bachmann, Enzensberger, fra gli altri

Quella che superficialmente sembrerebbe una sequenza di contraddizioni è, nella vita di Hans Werner Henze, una profonda e consapevole rivendicazione di libertà e di autonomia di pensiero, la stessa libertà e indipendenza che si ascolta nella sua musica, e che ne ha fatto uno tra i compositori più prolifici del ventesimo secolo.

È passato dall’arruolamento nella gioventù hitleriana al volontariato nelle piantagioni di canna da zucchero a Cuba, dalla collaborazione con W. H. Auden e Chester Kallman per Elegia per giovani amanti (1961) e I Bassaridi (1965), a quella con il pastore protestante Christian Lehnert, librettista di Phaedra (2007) e Gisela (2010); dal sostegno prestato dopo l’attentato a Rudi Dutschke nel 1968, alla realizzazione dell’utopia nel Cantiere internazionale d’arte di Montepulciano una decina d’anni più tardi; dall’avversione viscerale per Wagner e le sue idee, alla sublime orchestrazione dei suoi Wesendonck Lieder; dall’orgogliosa rivendicazione della propria omosessualità al rapporto quasi maritale con Ingeborg Bachmann, del quale sono una intensa testimonianza le Lettere da un’amicizia (Edt).

Tutto il mondo espressivo di Henze rispecchia la polifonia di caratteri ed emozioni che si possono incontrare su un palcoscenico, talvolta reale (come nelle quattordici opere, tre balletti e dieci lavori vocali) altre volte ideale (come nel Miracle de la rose “teatro immaginario” per tredici strumenti) o nelle dieci sinfonie, cinque quartetti per archi, e svariati concerti e brani orchestrali, tra cui un insolito Requiem senza voci, con cui si inaugurerà il 7 luglio prossimo la stagione di concerti dell’Accademia Chigiana di Siena, che celebra il centenario della nascita eseguendo quarantuno delle sue composizioni. Nella seconda metà del Novecento, in un’epoca ossessionata dalla purezza dell’invenzione musicale, Henze ha proclamato con coraggio l’estetica dell’impurità, sulla falsariga del Manifesto della poesia impura di Pablo Neruda: «Chi fugge dal cattivo gusto cade nel ghiaccio». Cosa che accadde, per l’appunto, a Boulez, Stockhausen e Nono, i tre alfieri dell’avanguardia post-weberniana, quando alla prima esecuzione di Nachstücke und Arien, nel 1957, si alzarono e andarono via rumorosamente dalla sala dopo i primi secondi di musica.

Nato in Westfalia, Henze aveva scelto di vivere in Italia, a partire dal 1953, prima a Forio d’Ischia, in una specie di eremitaggio in cui scarseggiavano elettricità e acqua potabile, poi a Napoli, infine in una splendida villa tra i castelli romani, costruita e arredata con eleganza e passione nel corso degli anni, di cui si può trovare testimonianza in un libro pubblicato in italiano e in tedesco con il titolo: A casa di Hans / Zu Besuch bei Hans Werner Henze (a cura di Gastón Fournier Facio, fotografie di Anton Giulio Onofri, Timia edizioni). L’Italia rimase per lui sempre il luogo favoleggiato nella cultura romantica tedesca, dove si incontrano divinità antiche accanto a piccolezze quotidiane, dove la storia e la cultura parlano il linguaggio profondo della semplicità: una visione assai differente da quella che del loro paese avevano gli intellettuali italiani in quegli anni, dominati dall’urgenza di ricostruzione sociale e morale prima, e da posizioni politiche militanti, poi.

Forse anche per questi motivi l’amore di Henze per l’Italia non fu sempre corrisposto: i cattolici non ne potevano condividere l’adesione al partito comunista, i comunisti non potevano avallare il suo idealismo a volte assai lontano dalla “vera scienza” marxista, e la propensione a vivere nel lusso («Meglio un comunista in una Jaguar che un fascista su un carro armato», rispondeva Hans scherzando).

A quell’epoca poi nessuno, né a destra né a sinistra, poteva ufficialmente riconoscerne l’elegante omosessualità, altra chiave di lettura per il suo lavoro, illuminata dall’opera I Bassaridi (il titolo al maschile include sia le baccanti sia gli uomini dediti al culto di Dioniso). L’opera debuttò nel 1966 al festival di Salisburgo mettendo potentemente in luce il significato interiore della vicenda raccontata da Euripide: chi non accetta il proprio lato oscuro, l’ombra, avrebbe detto Jung, è destinato ad esserne dilaniato, come il corpo di Penteo, che aveva messo al bando il culto di Dioniso. Quando inaugurò la stagione del 2015 con I Bassaridi, il Teatro dell’Opera di Roma ottenne un grande successo di pubblico e di critica, sessanta anni dopo il clamoroso fiasco romano di Boulevard Solitude, una riscrittura di Grete Weill della Manon Lescaut, anche se perfino Igor Stravinskij e Luchino Visconti avevano inviato al compositore biglietti di congratulazioni e solidarietà. Pian piano, il rapporto con la capitale si era rasserenato: nel 2009 l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, l’unica istituzione italiana a commissionare un lavoro a Hans Werner Henze, aveva realizzato la prima esecuzione assoluta di Opferngang (Immolazione).

Tratto da una poesia di Franz Werfel, emerge nel brano uno dei temi portanti della poetica di Henze, mutuata da Auden, quel misto di innocenza senza ingenuità e crudeltà senza cattiveria che condiziona molti rapporti d’amore, e la tensione tra giustizia e moralità già evidenziata nel Principe di Homburg, da Kleist, su libretto di Ingeborg Bachmann. A metà maggio scorso, l’Opera di Roma ha riproposto El Cimarrón, un “recital” per baritono e tre strumenti, composto a Cuba nel 1970, basato sulla vera storia di Esteban Montejo, narrata da Miguel Barnet, presente in sala, dove si racconta l’affrancamento dalle catene di uno schiavo, che si rifugia nella foresta, per scoprire come neanche l’abolizione della schiavitù sia sufficiente a sottrarre i lavoratori dall’oppressione fisica e morale. La liberazione da qualsiasi vincolo riguarda, nel Cimarrón anche la musica, i cui esecutori sono chiamati a contribuire con la loro fantasia improvvisativa, suscitando, in chiunque ascolti, un analogo desiderio di abolire ogni forma di coercizione, inclusa quella dell’autore nei confronti della sua stessa opera. L’anno scorso, anche il Maggio Musicale Fiorentino aveva messo in scena Il giovane lord, un’opera comica su libretto di Ingeborg Bachmann, in cui l’ironia si fa cupa quando si scopre che le danze, le canzoni popolari e la musica da circo nascondono un terribile segreto: il giovane lord è una scimmia ammaestrata.

La carriera internazionale di Henze venne consacrata in Inghilterra con il balletto Undine, scritto per Margot Fonteyn con la coreografia di Frederick Ashton, andata in scena al Covent Garden nel 1958, sotto la direzione del compositore; che morì nel 2012 a Dresda, dove era stato nominato Capell-Compositeur della città rasa al suolo dai bombardieri inglesi. Un segno di pacificazione personale e collettiva, un’ultima delle tante prolifiche, necessarie, poetiche contraddizioni di Hans Werner Henze.

Da “Alias” – Il Manifesto 14-6-2026