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Osteopaese

Che il corpo intero abbia suggerito, nel corso dei secoli, modi e compor-tamenti serviti a decodificare, promuovere o realizzare architetture, è cosa piuttosto evidente. Così come evidente è immaginare che singole parti del corpo possano aver suggerito porzioni di architetture o inverarsi, con la loro interezza, nel corpo architettonico, soprattutto se si scorge il vasto complesso della e delle storie dell’architettura. Più raro, però, risulta essere il ricorso alla metafora ossea o meglio all’osteologia, per dedurre opere d’architettura che ad essa si associano. Gioco, ironia e gusto sur-realista sembrano percorrere invece le immagini dell’Osteopaese di Luigi Vietti, realizzate tra il 1966 e il 1977 che anticipano, o forse si affian-cano, alle tentazioni osteologiche care a Ico Parisi. L’Osteopaese di Vietti anticipa persino il gusto per l’osteologia manifestato da Aldo Rossi, e di quasi un ventennio l’opera di Gino De Dominicis, La calamita Cosmica: uno scheletro umanoide gigantesco. Attraverso gli scritti degli autori invi-tati, Paola Veronica Dell’Aira ed Enrico Prandi e di chi scrive abbiamo ripercorso,con  i progetti, la figura e la statura di Vietti delineandone un lato meno consueto, dove emerge un architetto sperimentatore di forme e temi che trovano in questa sequenza di illustrazioni, e in singolari pro-getti come il grande parco per l’E.U.R. a Roma del 1942, non uno sfogo al suo razionalismo, ma la necessità di perseguire rotte inconsuete, per-sino nel non luogo dell’utopia, ove si accavallano tensioni da sopire o aspirazioni irrisolte. Se il luogo diviene il non luogo, se il reale diventa ir-reale allora ecco sorgere il surreale. (Marcello Sèstito)

VERSIONE E-BOOK (PDF)

22,00

Prodotto ID: 2569
ISBN: 978-88-99855-77-2
Anno: 2021
Dimensioni: 15x21
Pagine: 96
Categoria:

Luigi Vietti. Novara, 1903, laurea alla Scuola di Archi-tettura di Roma, 1928, Luigi Vietti esordisce a Genova per il Ministero LLPP con i PRG di alcuni comuni liguri. Ispettore Onorario per i Monumenti della Liguria, dal 1930 al 1933 è alla Soprintendenza alle Belle Arti. Par-tecipa a M.I.A.R., GNARI, CIAM, 1° e 2° Mostra di Architet-tura Razionale di Roma; poi è al Concorso Palazzo del Littorio, Roma (1934 gruppo Terragni, Lingeri et alii) e all’E42 con Pagano, Piccinato, Piacentini, Rossi. Auto-nomo professionista irrefrenabile, coltiva rapporti con Le Corbusier, Mies, Gropius, Aalto. Svolge un’intensa attività pubblicistica, sia specialistica che divulgativa, animato da un forte spirito di militanza e assertore dell’importanza dell’apertura dell’architettura nuova alla conoscenza e alla partecipazione. Nel dopoguerra, la sua convinzione sempre nutrita esplode: impossibile rompere la continuità tra modernità e tradizione. Nel tradurre nulla trascura: to-pologie, localismi, vernacoli, kitsch sono materia dell’arte. Una committenza facoltosa lo sostiene: ville al mare o in montagna; l’Aga Khan lo chiama nella maggiore avven-tura: la Costa Smeralda. Non tradisce. Costruisce per tutti. E soprattutto non per la sua firma.  Lascia così, nel 1998, un problema aperto.