Introduzione

di:
Luigi Ciorciolini

Tanto per cominciare un’introduzione che non solo non spiega nulla ma che verrà spiegata dopo

“Facciamo mente locale – disse Lella – ché si deve trovà “na soluzione”. Ora, io stavo concentrato su altre cose di Lella, seduti al bar di Santa Maria in Trastevere, e sapevo che questo la faceva arrabbiare. Avevo 17 anni e lei 19 ed era, come sono sempre le ragazze, era molto più matura di me.
“Facciamo mente locale”. La frase mi colpì. Era la prima volta, che la sentivo e mi chiesi che cosa volesse dire. La usai con ragazze straniere che capitavano a visitare Trastevere e la chiesa ma né le americane e tantomeno le tedesche o le francesi capivano l’espressione. Avevo chiesto a scuola ed era cominciata così la ricerca. Alla fine avevo scoperto che era un’espressione recente, che si era cominciata a usare non più di un secolo fa, proprio a Roma all’epoca dei poeti romaneschi. Mettere la mente in un luogo, scinderla dalla mente generale per porla completamente sulle cose che stanno là, proprio là. In quello spazio, proprio in piazza Santa Maria, proprio in Trastevere e non in Vietnam o in Algeria. Un lavoro cognitivo locale che solo qua si poteva fare. Un lavoro cognitivo autoctono. E improvvisamente compresi che autoctono era, nello stesso tempo, un attributo di sovranità e di sottomissione, la capacità di ragionare autonomamente e nello stesso tempo l’incapacità di uscire dal luogo inteso come schemi di pensiero consolidati. Quello spazio, quel luogo, quella gente la conoscevo, ora volevo conoscere il resto del mondo. Stavo dunque passando la linea d’ombra che separa la fanciullezza dalla prima maturità e l’unica cosa che capivo era che volevo andare via. Era il 1967 e ancora non sapevo di essere così tanto in sintonia col mondo che si estendeva oltre la piazza.

Diciamo subito che Iconautica è una indisciplina – il rifiuto organizzato di stare dentro la griglia dei sommari e degli indici specialistici, per salpare liberamente all’inseguimento di un fantasma o di un’idea passando da un’immagine a un’altra. Perché Iconautica? Si dice sempre che viviamo circondati dalle immagini, anzi sommersi da esse, così diventa naturale pensare che questo mare di immagini possa essere salpato e che si possano tracciare delle rotte che tramite le immagini connettano i diversi mestieri di coloro che le immagini le usano, le fanno o le praticano fosse anche solo per curiosità. Percorsi visivi dunque, alcuni storici, altri legati da connessioni tematiche, altri per portare avanti esplorazioni iniziate da altri, altri infine solo per inseguire un miraggio materializzatosi in un al largo qualsiasi o per dar corpo al canto di qualche immagine-sirena. Questo che segue è il primo viaggio di Iconautica e parla del potere che le immagini hanno su di noi.

Chiunque pratichi le immagini sa che le immagini sono per loro natura ambigue; sono oggetti in sé, che si possono vedere e toccare, e altro da sé, avendo anche un contenuto simbolico e un costrutto storico. Detto questo se ne deduce che praticamente non ci sono immagini che non contengano parti di altri immagini e non si inseriscano in un percorso storico. Questo vuol dire che le immagini, alte o basse che si voglia catalogarle, concorrono tutte alla formazione di un sapere condiviso comprensibile da tutti.
Sono percorsi evidentemente e volontariamente fuori dagli schemi disciplinari e quindi volutamente indisciplinati. Percorsi che volutamente stressano la tenuta dei ragionamenti fatti finora con il fine di dare maggior cognizione di causa a chi le immagini le usa.
Personalmente mi occupo di immagini di movimento, di un’immagine che segue un’altra immagine e ne precede un’altra ancora; questo sito però si rivolge a tutti, quindi a coloro che si occupano di immagini fisse (fotografi, grafici…) come a coloro che le immagini le evocano tramite la scrittura o tramite la scrittura le raccontano.

Qua si mettono a fuoco le cose implicite relative alle immagini e, portandole in primo piano, si propongono letture da angolazioni diverse oltre che percorsi diversi.

Qua, e finalmente si risponde alla domanda inespressa dell’introduzione, si cerca di dare ragione al Warburg dell’Atlante e al Benjamin dell’opera fatta solo di citazioni, passando attraverso il feticcio della merce, la fantasmagorie e l’analisi di Debord, creando percorsi visivi di libere associazioni di idee e immagini, cercando di creare una Indisciplina che superi ed evada l’organizzazione carceraria degli indici, intese come griglie feroci di contenzione degli argomenti con metodo da università carceraria.
Come tanti mestieri anche la comunicazione mediante immagini deve tener conto di un sedimentato storico e di una tumultuosa innovazione tecnologica. In questi anni la tecnologia digitale che ha già eliminato la pellicola dalla macchina fotografica chiuderà l’era della chimica anche al cinema: le telecamere 4K hanno eroso il terreno intorno alle macchine da presa 35 mm. Le domande si accavallano: cosa resterà valido del passato nel prossimo futuro digitale? Come si costruirà lo spazio tridimensionale nei nuovi formati che tendono a essere unificati? Ci sarà un nuovo rapporto tra figura e sfondo? Personalmente credo ancora in un prodotto finito che rende conto dell’idea, del progetto, della messa in opera e quindi della capacità di usare le immagini e le competenze rispetto alle stesse e cioè: per affrontare il nuovo è necessario riprendere in mano le nostre radici. Qualsiasi mestiere si serva delle immagini cerca di provocare emozioni: tanto più queste emozioni sono forti, tanto più si ricorderanno di noi. La finalità non si esaurisce nel provocare l’emozione bruta ma nell’ancorare questa al messaggio implicito che l’immagine veicola, ai suoi contenuti normativi (atti esemplari che portano al cambio di paradigma all’interno di una storia). Come afferma Freedberg, le immagini hanno un potere e questo potere implica un riconoscimento dell’esistenza di forme di base della risposta umana, forme che si sono andate formando secondo una dinamica storica di costruzione del significato. Ci interessano le forme a cui come spettatori reagiamo comunque con un riconoscimento e un’emozione. Ci interessa arrivare a isolare quelle che Warburg chiamava le formule del pathos, le raffigurazioni cioè di quei gesti citabili appunto come formule e che veicolano significati ed emozioni ma diversamente da Warburg, cercheremo le concordanze con le immagini provenienti da sistemi limitrofi di produzione di immagini: teatro, pittura, arti plastiche, fumetto. Tutto questo implica uno studio analitico sia dello strumento immagini che dei meccanismi dell’emozione, significa raccogliere insieme in una unità il campo geometrico in cui è possibile suddividere un’immagine, il campo scopico di ciò che va visto e ciò che non va visto, il campo simbolico. Guardare un’immagine significa instaurare con essa un rapporto cognitivo, e noi cominciamo a vedere che questa è una frase semplice ma con implicazioni notevoli. E dunque qua di seguito cercheremo di esaminare tutte queste implicazioni, cominciando dal problema storico per arrivare alle immagini in movimento di oggi, realizzate con le tecnologie del 3D e del 4K.